Sono arrivata  a Lesbo da tre giorni, difficile riassumere. Se fosse in tre parole sarebbe “guerra agli umani”.
In questo piccolo pezzo di mondo, sperduto nel mare Egeo si concentrano contemporaneamente le cose più brutte e quelle più belle che l’essere umano è in grado di esprimere e concepire. Affronterò questo tema con calma in una seria di post. Prima le notizie.

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Gli arrivi qui sono diminuiti, la bustarella di tre miliardi che l’Europa ha passato alla Turchia ha sortito il suo effetto. Durante il giorno il canale, il braccio di mare più corto, circa 14 chilometri, è sorvegliato dalla guardia costriera turca. Ciò rende il viaggio più lungo e insidioso, le barche ora arrivano a sud e spesso di notte o al mattino presto.
Ma la notizia del giorno non riguarda l’isola. Ieri è stata definitivamente chiusa la frontiera di Idomeni, tra Grecia e Macedonia, duemila persone, alcune bloccate lí da settimane, sono state caricate su degli autobus e deportate ad Atene. Un’attivista della capitale ellenica mi ha riferito che l’Organizzazione Internaziole Migrazioni pagherà i biglietti del rimpatrio, non è chiaro cosa accadrà a chi si rifiuta di rientrare. Qualcuno pensa che la chiusura della frontiera bloccherà la gente sull’isola, altri che il flusso diminuirà ulteriormente.DSC_0062
Ma veniamo a noi. Non sapendo da che parte cominciare in questo post mi limito a descrivere la procedura. Cioè come si svolgono le cose.
A Lesbo si cammina guardando il mare. Nell’acqua galleggiano ovunque salvagenti e le spiagge ospitano montagne di giubbetti di salvataggio. Ma in maniera organizzata o spontanea si scruta in continuazione l’orizzonte, una barca carica di persone potrebbe arrivare in ogni momento. E quando arriva tutti sanno cosa si deve fare. Scrivere su un gruppo whatsup la posizione. A quel punto i soccorritori volontari si mobilitano per evitare incidenti e facilitare lo sbarco. I volontari si radunano per dare una mano portando quello che possono, soprattutto vestiti di ricambio. Nei punti di arrivo ci sono spesso strutture autorganizzate più o meno articolate (ma approfondiremo l’argomento in seguito), per fornire la prima assistenza. Poi qualcuno deve chiamare l’UNHCR, la cui unica funzione sembra essere quella di provvedere al trasporto dei rifugiati. L’attesa degli autobus è molto variabile. Non c’è nessuno preposto a spiegare a chi è appena sbarcato cosa accadrà e nemmeno a monitorare quello che succede nella fase di sbarco (altro argomento che merita un approfondimento), tutto è demandato alla sensibilità dei volontari. Vengono caricati sull’autobus e trasportati tutti al centro di registrazione di Moria, un ex-base militare che assomiglia a Guantanamo. Quello che ora si chiama “hot spot”. Di fatto gli viene messo un timbro con il quale possono muoversi in territorio greco. In questi giorni la procedura di registrazione è veloce, dura alcune ore, ma negli scorsi mesi c’è chi ha dovuto attendere fino a dieci giorni. Poi si dividono, per i Siriani c’è il campo di Kara Tepe, organizzato abbastanza bene con ONG e infrastrutture. Per tutti gli altri l’alternativa è il campo autogestito fuori “Guantanamo”.

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U gran caos alleviato solo dall’energia indescrivibile di numerosi volontari completamente autorganizzati. Infine si va al porto a comprare il biglietto del traghetto ed in uno/due giorni (adesso) si parte. Per la paura di perderlo si dorme sulla banchina o nelle sue vicinanze. Questa è la procedura, ma ogni passaggio nasconde numerosi risvolti di cui parlerò nei prossimi post. Per il momento si torna a guardare il mare, oggi c’è vento e si vede la Turchia anche da sud.

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