Ho lasciato il mio cuore a Moria sulla collina degli afgani

Sono passate più di due settimane da quando sono tornata da Lesbo. I primi giorni li ho trascorsi a letto con febbre, tosse e stanchezza. Poi il fisico è guarito e le sensazioni hanno cominciato a sedimentarsi. Lentamente, tra le tante cose vissute, sono iniziate ad emergere quelle dai contorni più definiti.

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Come tutti, ho passato notti e mattinate in spiaggia con altri volontari ad aspettare le barche cariche di rifugiati. Non c’è dubbio che sono stati momenti estremamente emozionanti. C’eravamo solo noi e loro. Non un poliziotto, un’ambulanza o altra traccia delle istituzioni. Sul “purtroppo” o “per fortuna” si è dibattutto e continueremo a dibattatere. Ma quel che certo è l’unicità di quella situazione, del condividere il primo passo in Europa di gente in fuga dalla guerra e in cui si mescolano pianti, abbracci, paura, sorrisi, urla, speranza, sigarette, foto, selfie, coperte di emergenza, bottiglie d’acqua, e mille altre cose. Un’esperienza umana fortissima.

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Nonostante questo il mio cuore è rimasto lontano dal mare, a Moria, sulla collina degli afghani.

A Moria c’è una base militare dove tutti i rifugiati, normalmente bagnati dalla vita in giù, vengono portati per la registrazione. L’attesa può durare da qualche ora a diversi giorni.

Si tratta dell’Hot Spot di Lesbo anche se, nonostante il filo spinato, resta un luogo sostanzialmente aperto. All’interno del compuond di Moria sono installate tutte le grandi Organizzazioni non governative ed è possibile ospitare qualche centinaio di persone, normalmente le famiglie con molti bambini.

L’Acnur non ha nessun mandato sul campo di Moria e le Ong presenti all’interno non hanno dato, fin qui, prova di grandi capacità organizzative, non riuscendo di fatto a creare un meccanismo efficace di risposta alle esigenze di base.

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Per questo negli ultimi mesi sulla collina adiacente alla base militare è nato un campo di transito interamente autogestito da volontari internazionali. Qualcuno lo chiama Afghan hill qualcun’altro Olive groove. Sotto il nome di “Better days for Moria” (Giorno migliori per Moria) si è formato un collettivo internazionale i cui componenti cambiano in continuazione, che dopo aver affittato un uliveto ha iniziato, lo scorso ottobre, a provvedere ventiquattro ore al giorno alle esigenze di base dei rifugiati: distribuzione di cibo, bevande calde, vestiti asciutti, attività per bambini, tende, coperte, ambulatorio, informazioni, ecc.

Ognuno può partecipare, basta recarsi alle 14 all’incontro di orientamento dei volontari e dare la propria disponibilità. Nell’info point c’è un grande tabellone dove ci si iscrive per il turno prescelto. Otto ore di lavoro: dalle 8-16, 16-24 e 24-8.

Non esistono veri e propri coordinatori, ci sono alcuni volontari che sono lì da più tempo ed hanno partecipato alla fondazione del campo che hanno una visione d’insieme più precisa. Di fatto però c’è uno scambio continuo di esercizio della leadership e di responsabilità.

La maggior parte sono volontari indipendenti che si fermano pochi giorni e poi ci sono piccolissime associazioni e collettivi, alcune nate in maniera specifica e dotate di grande flessibilità.

È una babele di persone di paesi diversi che possono incontrarsi e lavorare insieme anche solo per una notte e che, in un caos organizzato, riescono ad essere incredibilmente efficienti.

Si distribuiscono centinaia di pasti, tè, calzini, scarpe, vestiti, coperte ed ogni giorno si lavora per rendere la permanenza dei rifugiati sull’isola meno miserabile lottando contro mille avversità, fra le quali la più insidiosa è la pioggia, che quando cade, trasforma la collina in una colata di fango.

Ma il giorno dopo ci si infila un paio di stivali, ci si rimbocca le maniche e si ricomincia.
Moria è una testimonianza viva di quello che la solidarietà senza confini può costruire ed e la prova dell’esistenza di alternative concrete alle barbarie quotidiane alle quali passivamente assistiamo. È un modello di accoglienza autogestita ed umana. Arrivederci Lesbo!

Nota: Si può aiutare l’esperienza del campo di Moria andando a Lesbo oppure facendo una donazione.

 

PRONTA LIBERACIÓN DE LOS VOLUNTARIOS ARRESTADOS EN LESBOS

free them allEn los últimos días, el gobierno griego ha puesto en marcha una maniobra represora contra los voluntarios presentes en la isla de Lesbos. Una operación que se veía venir desde hace tiempo. Son ya varias las semanas en las que se suceden amenazas de desalojo a los responsables  autosugestionados de la isla, de identificación y imitación de la actividad de los voluntarios independientes  de Lesbos. El hecho más grave ocurrió ayer con la detención de tres bomberos sevillanos pertenecientes al grupo de voluntarios españoles PROEM-AID y dos voluntarios de la organización danesa TEAM HUMANITY. Todos acusados de favorecer la inmigración ilegal, serán juzgados mañana con riesgo de penas de hasta cuatro años.

Se trata de grupos de socorristas voluntarios, dotados de sus propias embarcaciones que llegaron a la isla  durante los últimos meses para evitar las cientos de muertes que desde hace meses se producen, en el silencio generalizado en el exiguo brazo del mar Egeo que separa la costa turca de la isla de Lesbos. Muertes y accidentes generalmente evitables.

Son centenas las personas que fueron rescatadas por los grupos de voluntarios en la isla, un esfuerzo titánico de pura solidaridad, desgraciadamente, no siempre  suficiente. 40 las víctimas confirmadas en las dos primeras semanas del año. Una actividad  llevada a cabo a menudo en colaboración con la  Guardia Costera y las autoridades locales que si bien se resienten de la presencia de voluntarios, en los últimos meses no han podido más que aceptar que ellos han sido hasta el momento, la respuesta principal y más concreta a la actual crisis humanitaria. De hecho, son diversos los problemas políticos que hacen ineficaces a las instituciones locales e internacionales frente a un fenómeno de proporciones épicas,  empezando por  la ausencia de un claro mandato del ACNUR en o territorio griego

Pero en los últimos días algo parece haber cambiado. Además de las detenciones, un grupo de voluntarios ha sido detenido porque recogía de un vertedero salvavidas para reciclarlos en material útil para las actividades de acogida. Otros han sido identificados en las playas mientras señalaban a los barcos en arribo un atraque seguro. Las fuerzas del orden  no dedican la misma atención al tráfico y traficantes de la mafia turca (también presente en la isla), que cada día gana millones de euros, poniendo miles de vidas en peligro en embarcaciones precarias con motores averiados y condiciones climáticas adversas.

Nosotros hemos estado  en Lesbos y hemos visto que es gracias a la gran cantidad de voluntarios y pequeños grupos organizados que se consigue hacer esta tragedia humana menos insidiosa y miserable. Además de los grupos de socorristas que en estos meses han estructurado un sistema tempestivo de intervención de emergencia, los voluntarios se ocupan las 24 horas del día  de la distribución de mantas de emergencia, agua y ropa en las playas, de la preparación de las comidas y bebidas calientes, de la distribución de ropa en los campamentos de PIKPA, Moria, Kara Tepe y Skala.

En su mayor parte se trata de voluntarios independientes que autofinancian su propio viaje y estancia en la isla a través de crowdfunding y dejando contribuciones y donaciones donde sea necesario. Otras veces son apoyados por pequeños grupos, colectivos y asociaciones.

Una Babel de personas libres de países, religiones, tendencias políticas que tienen un objetivo común para prevenir muertes evitables y restituir un poco de dignidad a los que huyen de la guerra. Y hacer este absurdo viaje un poco más humano.

Una solidaridad que, evidentemente da miedo, porque es expansiva, contagiosa y libre.

SOLIDARIDAD CON LOS BOMBEROS SEVILLANOS Y TEAM HUMANITY

PRONTA LIBERACIÓN DE LOS VOLUNTARIOS ARRESTADOS EN LESBOS

Los voluntari*s italian*a a/de vuelta de Lesbos

Caterina Amicucci, Adriana Rosasco, Giacomo Capriotti, Marta Peradotto, Giorgio Lentini, Gaia di Gioacchino, Walesa Porcellato, Roberto Casi

SUBITO LIBERI I VOLONTARI ARRESTATI A LESBO!

free them allSUBITO LIBERI I VOLONTARI ARRESTATI A LESBO!

Negli ultimi giorni il Governo Greco ha avviato una manovra repressiva contro i volontari presenti sull’isola di Lesbo. Un’operazione che era nell’aria da tempo. Sono ormai settimane che si susseguono minacce di sgombero ai presidi autogestiti dell’isola, di identificazionene e limitazione dell’attività dei volontari indipendenti a Lesbo. Il fatto più grave è accaduto ieri con l’arresto di tre pompieri Sivigliani appartenenti al gruppo di volontari spagnolo PROEM-AID e due volontari dell’organizzazione danese TEAM HUMANITY. Tutti accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, saranno processati oggi e rischiano pene fino a 4 anni.

Si tratta di gruppi di soccorritori volontari, dotati di imbarcazioni proprie, arrivati nell’isola negli ultimi mesi per prevenire le centinaia di morti che da mesi si verificano nel silenzio generale in quell’esiguo braccio di Mar Egeo che divide la costa turca dall’isola di Lesbo. Morti e incidenti moltospesso evitabili.

Sono centinaia le persone tratte in salvo dai gruppi di volontari presenti sull’isola, uno sforzo titanico di pura solidarietà purtroppo non sempre sufficiente. 40 le vittime accertate nelle prime due settimane dell’anno. Un’attività portata avanti spesso anche in collaborazione con la guardia costiera e le autorità locali che seppur mal sopportano la presenza dei volontari, negli ultimi mesi non hanno potuto che prendere atto che essi sono la risposta principale e più efficace all’attuale crisi umanitaria. Sono infatti diversi i problemi di ordine politico che rendono le istituzioni locali e internazionali inefficaci di fronte a un fenomeno di proporzioni epiche a cominciare dall’assenza di un mandato dell’ACNUR in territorio greco.

Ma negli ultimi giorni sembra essere cambiato qualcosa. Oltre agli arresti, un gruppo di volontari è stato fermato perchè raccoglieva da una discarica giubetti di salvataggio per riciclarli in materiale utile alle attività di accoglienza. Altri sono stati identificati sulle spiagge mentre segnalavano alle barche in arrivo un approdo sicuro. Anche a Chios un gruppo di volontari che aveva ellestito una cucina autogestita è stato fermato dalla polizia.

La stessa attenzione delle forze dell’ordine non sembra essere riservata ai traffici e i trafficanti della mafia turca, che ogni giorno guadagna milioni di euro mettendo migliaia di vite in pericolo su barche precarie con motori non funzionanti e in condizioni metereologiche avverse.

Noi a Lesbo ci siamo stati de abbiamo visto che è grazie alla miriade di volontari e piccoli gruppi organizzati che si riesce a rendere questa tragedia umana meno insiodiosa e miserabile. Oltre ai gruppi soccorritori che in questi mesi hanno strutturato un sistema tempestivo di intervento di emergenza, i volontari si occupano 24 ore al giorno della distribuzione di coperte di emergenza, acqua e vestiti sulle spiagge, della preparazione di pasti e bevande calde, della distribuzione dei vestiti nei campi di Pikpa, Moria, Kara Tepe e Skala.

La maggior parte sono volontari indipendenti che autofinanziano il proprio viaggio e la permanenza sull’isola attraverso il crwodfunding e talvolta lasciano contributi e donazioni laddove necessario. Altre volte sono sostenuti da piccoli gruppi, collettivi e associazioni.

Una babele di persone libere di paesi, religioni, orientamenti poltici diversi che hanno come obiettivo comune prevenire morti evitabili e restituire un pò di dignità a chi fugge dalla guerra. E rendere questo viaggio assurdo un pò più umano.

Una solidarietà che evidentemente fa paura, perchè è dilagante, contagiosa e libera.

SOLIDARIETA’ CON I POMPIERI SIVIGLIANI E TEAM HUMANITY.

SUBITO LIBERI I VOLONTARI ARRESTATI A LESBO

I volontari italiani a/tornati da Lesbo.

Caterina Amicucci, Adriana Rosasco, Giacomo Capriotti, Marta Peradotto, Giorgio Lentini, Gaia di Gioacchino, Walesa Porcellato, Roberto Casi

Lesbo: la strage infinita

Da giorni su Lesbo si è abbattuto un maltempo che non da tregua. Fino a qualche giorno fa l’inverno sembrava non volesse arrivare e grazie all’alta pressione gli sbarchi erano proseguiti senza interruzione. Nonostante il vento, la pioggia e il mare grosso qualche barca è arrivata comunque. I trafficanti non hanno alcuno scrupolo. Il business deve proseguire a tutti i costi. Il meteo si trasforma nel fattore di rischio che determina il prezzo del biglietto. Con il maltempo la traversata è più economica. Chi ha poche, risorse è in preda alla disperazione è pronto anche a lanciarsi nel mare in tempesta. E se qualche povero cristo arrivato in spiaggia esita a salire a bordo gli puntano una pistola in faccia per dipanare qualsiasi dubbio.

due spiaggia

Così l’altro ieri tre barche sono partite dalla Turchia ma qui non sono mai arrivate. Altri 34 morti.

Lo abbiamo saputo dai media il giorno dopo nonostante sia successo a pochi chilometri da noi, nella acqua territoriali turche. I volontari che avevano il turno di notte ed attendevano le barche sulla costa, hanno visto le flebili luci di una imbarcazione scomparire in lontananza.

Qui tutto è così vicino e terribilmente lontano. Il mare e il buio avvolgono tutto.

Avere informazioni certe sull’isola è estremamente difficile. Si è sicuri solo di quello che si osserva e si vive in prima persona, in un istante e in un luogo preciso.

I morti potrebbero benissimo essere il doppio, nessuno lo saprà mai. La Guardia Costiera turca che non è stata in grado di evitare l’ennesima tragedia ha tutto l’interesse a puntare al ribasso.

Ogni morto in questo mare pesa come un macigno su tutti noi che non siamo capaci di pretendere ed ottenere un passaggio sicuro per queste persone.

Pesa sull’Europa della Merkel che non è in grado di dare una risposta sensata e consegna tre miliardi di Euro ad Erdogan per ridurre il flusso degli arrivi. A quel governo turco che è palesemente connivente con i trafficanti perché è un business troppo grande per lasciarselo sfuggire ed un buon rapporto con la malavita torna utile quando è necessario piazzare una bomba ad Ankara o a Suruc.

Basterebbe spostare il centro registrazione sull’altro lato di questo piccolo braccio di mare e questa assurda strage avrebbe fine.

Quanti morti sono ancora necessari prima di riuscire a capirlo?

Prima di capire che finché la guerra continuerà né gli accordi con Erdogan,né i controlli sulla costa saranno in grado di fermare una marea umana in movimento. Ci sono ancora milioni di persone che hanno già perso tutto e solo il mare un burrasca può fermarli. E non sempre.

Natale a Lesbo

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C’è il sole, fa caldo, sembra primavera. L’unica cosa che rimanda al Natale sono i bambini che entrano nei negozi con i cappelli rossi suonando e cantando canzoni. Non vedevo lo strumento triangolo da quando andavo a scuola media.

Prendo la macchina e mi fermo sulla spiaggia a guardare alcuni volontari che compongono un albero con I giubbetti di salvataggio abbandonati in spiaggia.

Riparto e poco dopo inciampo in uno sbarco. Una trentina di persone. Sarà il mare calmo, la bella giornata. C’è più tranquillità del solito.Ho in macchina una cassa di bottiglie d’acqua, con Simona le distribuiamo.

Vado al porto per una commissione ed arriva la guardia costiera trainando un gommone vuoto e con trenta persone a bordo. L’ennesimo motore in panne o rimasto senza benzina.

Mi dirigo al campo di Pikpa, l’atmosfera è rilassata, non si smette mai di lavorare ma oggi tutto è più lento. Ricevo una telefonata, servono scarpe al campo di Moria. Carichiamo le scarpe e Bruce parte per andarle a consegnare.

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Aiuto in cucina a preparare il pranzo per I volontari, gli ospiti di Pikpa ed il catering quotidiano che si prepa per il campo rifugiati di Moria. 800 pasti al giorno, tutti I giorni. Arriva un’altra telefonata, servono vestiti nel camo di Sakala Skamine. Prepariamo le scatole e poco dopo le consagnamo a 5 volontari che hanno fatto un’ora e mezza di macchina per venirle a prendere.

Alle 5 sta diventando buio e finalmente ci sediamo per il nostro pranzo di Natale. C’è letteralmente mezzo mondo a tavola.

Sono stanca, torno a casa e dormo un paio d’ore.

Passo alla festa di Natale dei volontari di Pikpa, un’atmosfera molto carina ma c’e` difficoltà a divertirsi fino in fondo.

Alle 23.30 saluto tutti per andare al campo rifugiati di Moria, oggi ho il mio turno di notte alla distribuzione vestiti. Da mezzanotte alle 8. Passano da noi circa 200 persone. Sono tutte bagnate e mi chiedo perchè, il mare era talmente calmo da sembrare un lago. Guido verso casa ed il mare è cambiato. Probabilmente durante la loro traversata.

 

Navidad a Lesbo

christams tree

Hay sol, hace calor, parece primavera. Lo único que recuerda que somos en Navidad son los niños que entran en las tiendas con los gorros rojos jugando y cantando canciones. No veía tocar el triángulo desde que iba a la escuela primaria.
Tomo el coche y paro en la playa viendo algunos voluntarios que componen un árbol con los chalecos salvavidas abandonados en la playa.
Sigo y un poco más adelante otro desembarque. Treinta personas. Será el mar tan calmo, el hermoso día. Hay más paz de la habitual .Tengo en el coche una caja de botellas de agua, Simona me ayuda y las distribuimos.

Voy al puerto por un recado y llega la Guardia Costera remolcando un bote fiable vacío y con treinta personas a bordo. Otro caso de motor roto o que se quedó sin combustible.

Me dirijo al campo PIKPA, el ambiente es relajado, nunca se deja de trabajar, pero hoy todo es más lento. Recibo una llamada, sirven zapatos para el campo de Moria. Cargamos los zapatos y Bruce se va a entregarlos.

Hay sol, hace calor, parece primavera. Lo único que recuerda que somos en Navidad son los niños que entran en las tiendas con los gorros rojos jugando y cantando canciones. No veía tocar el triángulo desde que iba a la escuela primaria.
Tomo el coche y paro en la playa viendo algunos voluntarios que componen un árbol con los chalecos salvavidas abandonados en la playa.
Sigo y un poco más adelante otro desembarque. Treinta personas. Será el mar tan calmo, el hermoso día. Hay más paz de la habitual .Tengo en el coche una caja de botellas de agua, Simona me ayuda y las distribuimos.

Voy al puerto por un recado y llega la Guardia Costera remolcando un bote fiable vacío y con treinta personas a bordo. Otro caso de motor roto o que se quedó sin combustible.

Me dirijo al campo PIKPA, el ambiente es relajado, nunca se deja de trabajar, pero hoy todo es más lento. Recibo una llamada, sirven zapatos para el campo de Moria. Cargamos los zapatos y Bruce se va a entregarlos.

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Ayudo en cocina preparando el almuerzo para los voluntarios, los invitados del PIKPA y el catering diario que hay que preparar para el campo de refugiados de Moria. 800 comidas al día, todos los días. Otra llamada llega, hace falta ropas en el campo Sakala Skamine. Preparamos las cajas y justo después entregamos a 5 voluntarios que hicieron una hora y media en coche para llegar a recogerlas.
A las 5 ya anochece y finalmente nos sentamos para nuestra cena de Navidad. Hay, literalmente, la mitad del mundo en la mesa.

Estoy cansada, me voy a casa a dormir un par de horas.
Voy a la fiesta de Navidad de los voluntarios PIKPA, una atmósfera bonita pero es difícil pasárselo bien de verdad.
23.30 saludo a todos para irme al campamento de refugiados de Moria, hoy tengo mi turno de distribución de ropas de noche. Desde la medianoche hasta las 8. Se pasan más o menos 200 personas. Están todas mojadas y me pregunto porqué, el mar está tan tranquilo que parece un lago. Me voy a mi casa y el mar ha cambiado. Probablemente durante sus travesía.

18 muertos y cientos de desembarcos en el Egeo

Otros 18 muertos esta noche, de los cuales 11 niños, frente a la isla de Kos. A pesar del esfuerzo titánico realizado por voluntarios de todo el mundo, entre los cuales, socorristas profesionales, bomberos y médicos, se continua a morir en el Mar Egeo.
En Lesbos después de días de marejada cientos de personas han llegado a la isla. Once barcas solo en la zona del aeropuerto donde hemos pasado la noche llevando lanchas neumáticas desde la playa para permitirles un desembarco en lugares seguros.
Se llega a medianoche, se enciende un fuego, se colocan las luces de posición, se utilizan luces intermitentes o, a veces, los faros del coche para garantizar la arribada segura de las barcas. Una actividad ilegal, favorecer la inmigración clandestina. Y así también, la barca de los bomberos sevillanos, que han pasado con nosotros la noche, se mueve en el agua con las luces apagadas, como si fueran ladrones o traficantes. Sin embargo, están ahí, turnándose, para evitar accidentes. Hasta la guardia costera no está autorizada para evitar que las barcas se golpeen contra las rocas. Pero, de vez en cuando, la guardia infringe las reglas, un destello de 5 segundos hacia la lancha, el tiempo necesario para avistarla con certeza desde la playa.


Cuando la barca está cerca, los pasajeros dejan de emitir señales luminosas, y así lentamente aparece en la oscuridad una masa de personas que parece estar sentada sobre la superficie del agua. Se hace un silencio hasta el momento en que la barca toca la playa. Sigue un momento de pánico en el desembarco que se intenta ordenar. Los voluntarios forman una cadena humana que se pasa mochilas, bolsas, niños. Incluso recién nacidos. Miradas vidriosas, gente helada y asustada. Los más ancianos necesitan ayuda para bajar de las barcas, todavía inestables en el agua. Son muchas las personas de una cierta edad que quizás no hayan viajado nunca ni visto el mar.
Después, los nervios se relajan y la oscuridad se vuelve ruidosa, desmayos, llantos de niños, crisis de histeria, abrazos, carcajadas. Cigarros encendidos con manos que tiemblan. Fotografías con teléfonos. Y un torbellino de emociones encontradas. Lo han conseguido, otra etapa de viaje a sus espaldas. Para muchos es el principio. Para otros es casi el final.
Se reparten mantas, calcetines, zapatos, bebida caliente a la espera de que llegue el autobús que los transportará al campo de refugiados.
Después se limpia todo, se vuelve frente al fuego y entre los voluntarios sigue una larga pausa silenciosa para absorber otra dosis de absurdo.
Pasa un poco de tiempo y se vuelve a comenzar con las señales luminosas, con las patrullas a lo largo de la costa, alguna charla, a la espera de la próxima carga humana

18 morti e centinaia di sbarchi nell’Egeo

Altri 18 morti questa notte, di cui 11 bambini, a largo dell’Isola di Kos. Nonostante lo sforzo titanico messo in campo da volontari di tutto il mondo, tra i quali soccorritori professionisti, pompieri e medici, si continua a morire nel Mare Egeo.

A Lesbo dopo due giorni di mare burrascoso centinaia di persone sono arrivate sull’isola. 11 barche solo nella zona dell’aeroporto dove abbiamo trascorso la notte a guidare i gommoni dalla spiaggia per consentirgli di sbarcare in luoghi sicuri.

Si arriva a mezzanotte si accende un fuoco, si piazzano delle luci di posizione, si utilizzano lampade intermittenti o a volte i fari della macchina per garantire l’ atterraggio sicuro dei gommoni. Un’ attività illegale, favoreggiamento all’immigrazione clandestina. E così anche la barca dei pompieri sivigliani che hanno trascorso con noi la notte, si muove nell’acqua a luci spente, come fossero ladri o trafficanti. Invece sono li, a turno, per evitare incidenti. Perfino la guardia costiera non è autorizzata ad evitare che le barche si schiantino sulle rocce. Ma ogni tanto anche le guardie infrangono le regole, un lampo di 5 secondi verso un gommone, il tempo necessario ad avvistarlo con certezza dalla spiaggia.

Quando la barca è vicina i passeggeri smettono di emettere segnali luminosi, e così lentamente compare nell’oscurità un massa di persone che sembra essere seduta sulla superficie dell’acqua. C’è silenzio fino al momento in cui la barca tocca la spiaggia. Poi segue un attimo di panico nella discesa dall’imbarcazione, si tenta di ordinare lo sbarco. I volontari formano una catena umana ci si passa zaini, borse, bambini. Perfino culle di neonati. Sguardi vitrei, gente infreddolita e spaventata. I più anziani hanno bisogno d’aiuto per scendere dai gommoni ancora traballanti in acqua. Sono tante le persone di una certa età, che forse non hanno mai viaggiato e neanche visto il mare.

Poi i nervi si rilassano e l’oscurità diventa rumorosa, malori, pianti di bambini, crisi isteriche, abbracci, risate. Sigarette accese con mani tremanti. Fotografie con telefonini. E’ un turbine di emozioni contrastanti. Ce l’hanno fatta, un altro pezzo di viaggio è alle loro spalle. Per molti è solo l’inizio, per altri quasi la fine.

Si distribuiscono coperte, calzini, scarpe, bevande calde in attesa che arrivi l’autobus che li trasporterà nel campo rifugiati.

Poi si ripulisce tutto, si torna davanti al fuoco e tra i volontari segue una lunga pausa silenziosa per assorbire un’altra dose di assurdità.

Passa un po’di tempo e si ricomincia con i segnali luminosi, con i pattugliamenti della costa, qualche chiacchiera, in attesa del prossimo carico umano.

11 volte questa notte.

Finanza da rifugiati

Attraversare il braccio di mare tra la Turchia e la Grecia costa tra i 1000 ed 2500 Euro (il traghetto costa 10 euro). Il prezzo finale dipende da diverse variabili: il numero di componenti familiari, le condizioni meteorologiche (se è brutto tempo il viaggio è più economico), il tipo di barca o se si accetta di collaborare al progetto (il rifugiato che  pilota l’imbarcazione paga la metà).  La maggior parte delle barche sono semplici gommoni con motori da 30 cavalli con un costo che non supera qualche migliaio di euro. Ogni barca trasporta dalle 40-50 persone.  Ogni giorno in questo periodo arrivano circa 20 barche. Significa 1 milione e mezzo di Euro al giorno.  Se si considera che quest’anno da Lesbo sono passate  500 mila persone parliamo di una cifra che può arrivare ad un miliardo di Euro.  Poi c’è l’indotto, tipo la vendita dei giubbetti di salvataggio. Con alcuni volontari ne abbiamo aperti 70: solo 2 erano veri gli altri 68 avevano all’interno materiale poroso e scarsamente galleggiante. I giubbetti costano tra i 50  ed i 150 Euro cadauno. Poi c’è il vitto e l’alloggio in Turchia gestito anch’esso dai trafficanti.

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A destra il materiale dei giubbetti veri, a sinistra quello finto

Se si arriva vivi dall’altra parte appena si scende dal gommone c’è sempre qualcuno non bene identificato che si porta via il motore fuoribordo. Pare che esista un giro di piccola malavita locale che rivende i motori ai trafficanti turchi per abbattere ulteriormente costi, come se ce ne fosse bisogno. E infatti molto spesso i motori si piantano nel mezzo della traversata.

Poi si viene caricati su un autobus e quando si scende davanti al campo rifugiati, ancora bagnati e senza scarpe,  ci si imbatte nell’ordine:

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Campo rifugiati di Moria

  • nel baracchino della vodafone che vende sim card
  • in gente che cambia 100 dollari per 20 euro
  • paninari
  • venditori ambulanti di vestiti, sacchi a pelo e tende
  • Distributori di Coca Cola e Nescafè
  • Bar ambulanti
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I chioschi Vodafone sono ovunque dal porto ai campi rifugiati

Sembra l’ingresso di un concerto però senza musica né divertimento.

I trafficanti sono sia Turchi che Siriani ed i milioni di dollari vanno ad alimentare il traffico, la malavita e probabilmente anche il conflitto.  Ma da dove arrivano tutti questi soldi? In tempo di guerra non è facile procurarsi grosse cifre in contanti. Qualcuno dice che ha venduto la sua casa e chi l’ha comprata era, indovinate un po?, Russo.

Intanto ieri un’altra barca con 85 persone a bordo è affondata a qualche miglia dalla costa. Fortunatamente sono ormai diverse le squadre di soccorristi volontari e le barche messe a disposizione da organizzazioni internazionali. Nonostante questo a causa delle condizioni del mare un padre ed una figlia sono affogati. Su un altro gommone una bambina è caduta in acqua durante la notte e non è stata recuperata.

Le morti in mare e l’accumulazione di capitali enormi da parte di organizzazioni criminali sarebbero evitabili se solo si utilizzassero in un altro modo i soldi dati alla Turchia e quelli per gli inutili e ulteriormente dannosi bombardamenti in Siria.

Ma oggi è un altro giorno ed il mare è mosso.